Il Pasto è il primo passo - 23 Marzo 2016

Scegliamo ogni giorno la società che vogliamo

La sensazione che si prova non è riconducibile a nulla di già vissuto. Anche per coloro che abitualmente fanno o hanno fatto volontariato. Il mondo cambia appena varchi il portone d'entrata. L'accoglienza è degna di un vecchio amico che non vedi da tempo.
Ti accompagnano sino alle cucine, giù per un paio di scalinate ed in fondo ad un corridoio che costeggia quella che è la sala mensa, pulita, ordinata, luminosa.
"Oggi ho una grande notizia!" esordisce il mio accompagnatore, il cuoco ed il suo team stanno mangiando, alzano in perfetta coordinazione il capo per guardare verso di noi e sorridono."Abbiamo il volontario del giorno" conclude il mio accompagnatore che si congeda con una calorosa stretta di mano.

La squadra mi dà il benvenuto e vengo affidato a Gos, un ragazzo Pakistano che sorride in continuazione anche se ha lasciato due figli ed una moglie al paese d'origine ed a Pietro, un uomo a cui la crisi ha portato via la sua impresa edile e siccome non ci resisteva più ha cominciato a fare il volontario proprio qui e poi dopo sei mesi gli hanno chiesto di restare, assunto per gestire il magazzino e gli approvvigionamenti. Sorride meno, ma è solare, quello che ha non glielo ha regalato nessuno.
Grembiule di plastica sottile, guanti e cuffia per i capelli, è questa la divisa. Si preparano le posate ed i bicchieri con la frutta, oggi ci sono le fragole.
Arrivano anche gli altri volontari: un avvocato, una commessa di un negozio in centro, una signora con suo figlio studente al secondo anno di economia.
Compiti assegnati, Gos dirige, il suo sorriso è onnipresente, dice che occorre pazienza con tutti quelli che arriveranno, nessuno di noi conosce le loro vite fuori di qui, molti sono tristi ed arrabbiati.

Alle 12.30 si aprono le porte e comincia la processione, qualcuno si agita, qualcuno non capisce l'italiano, molti ringraziano, altri non alzano lo sguardo, siamo divisi dal bancone con le pietanze ed i vassoi, ed a me sembra che ci sia un muro alto 5 metri tra noi, quale altre occasioni avrei per scambiare due parole con loro? Donne, anziani, ragazzi, un pò di tutto, Pietro mi spiega che vengono selezionati al punto di ascolto, molti hanno delle tessere che durano uno o due mesi, dipende, altri anche di più, l'Antoniano non è solo mensa, è anche alloggio, ma molti per scelta (anche orgoglio) preferiscono dormire fuori, anche nei giardini... sì, anche con questo tempo. Mariagrazia mi guarda e mi dice "oggi ci sono un sacco di Italiani", mi fermo a pensare che gli italiani che ho visto sono soprattutto anziani, penso a mia nonna con la pensione minima e a tutte quelle volte che mi ha preparato il pranzo, mi viene voglia di chiamarla al telefono.

La gente aumenta, il pranzo è davvero abbondante e di qualità, sono tutti soddisfatti. In meno di un'ora la fila viene smaltita, sono passate circa 120 persone, andiamo a mangiare anche noi e ci sediamo con chi è rimasto. Il mio vicino si chiama Judante "Ju come la Juventus" mi dice quando gli chiedo di ripetere il suo nome, è dello Sri Lanka, niente famiglia, aveva un lavoro da operaio specializzato, la società aveva commesse per Magneti Marelli e Ducati , poi ha chiuso, ora fa le pulizie dalle 14.00 alle 17.00 per una piccola ditta dalle parti di via Toscana. Ci saluta e scappa via, sono le 13.20.

Ci sono un sacco di storie che si intrecciano tra loro, Bologna è piccola, ma qui si conoscono tutti. Ci alziamo e puliamo la sala che ormai è vuota.
Tavoli, sedie, pavimento e straccio. Tutto torna come quando ero passato appena due ore prima.
Saluto Gos, Pietro, il cuoco e la ragazza che sta alle stoviglie, i volontari sono già andati via, rifaccio il percorso all'inverso per uscire, mentre faccio le scale incontro due ragazzi che mi salutano, uno ha una borsa ed uno un vecchio zaino sdrucito, tutto quello che hanno è li dentro.

Queste persone sfortunate sono la fotografia della nostra società, incapace di prendersi cura dei più deboli, perché il problema è che a molti, forse tutti, interessa essere in cima, ma a pochi interessa calare una corda per tirare su quelli in fondo al buco. Tutelare queste persone, farle ripartire, dare loro una possibilità. Questo è ciò che si meritano. Se questa mensa dei poveri non esistesse?

Lo stato di salute della società in cui viviamo si misura da qui. Si preservano i diritti della collettività solo quando si tutelano soprattutto i diritti dei più deboli, di coloro che non hanno voce in capitolo. Non dovrebbero esistere scelte democratiche quando si parla di diritti, nessuna maggioranza dovrebbe essere necessaria per sancire un diritto o per tutelarlo. I diritti dovrebbero solo essere riconosciuti e difesi. La società siamo noi, se ognuno di noi cambiasse prospettiva allora la società cambierebbe. Questa esperienza serve, è necessaria, questa esperienza è l'inizio del cambiamento.
Oggi la porta dell'Antoniano si è aperta per me, e così anche il cuore.

Scegliamo ogni giorno la società che vogliamo, sì lo so, sembra uno slogan, una frase fatta, ma proviamoci davvero. Se l'unica cosa che possiamo influenzare è il presente cosa stiamo aspettando?

Emanuele Di Maio (Emilbanca)

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Emil Banca Credito Cooperativo ha dato il via dal 1 febbraio scorso al progetto “Insieme solidali” a favore della mensa “Padre Ernesto” di Antoniano onlus: un impegno importante che coinvolge i collaboratori della Banca in un’attività quotidiana di volontariato che verrà portata avanti per un intero anno.

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