- 17 Ottobre 2018

Povero a chi?

Oggi è la Giornata internazionale per la lotta alla povertà.

Oggi si cercherà di empatizzare con chi è “povero”, magari perchè vive in strada, non ha un lavoro né relazioni sociali significative. Oggi c'è anche chi scopre il senso di una povertà più ampia rispetto a quella economica, e si parlerà di persone “fragili”, “deboli”, “vulnerabili”, lo faranno in molti che mostreranno una certa sensibilità su un tema per noi molto importante, peccato che lo faranno rigorosamente solo oggi.

Non domani, non ieri: se vogliamo farlo, è oggi che dobbiamo farlo!

Già da domani, nel lessico ma soprattutto negli schemi quotidiani, torneranno ad essere “poveri senza futuro”, o peggio ancora “delinquenti da rinchiudere e gettare la chiave”.

Come è semplice e soprattutto rassicurante, per noi non-poveri, etichettare gli ultimi e gli emarginati con rappresentazioni generalizzanti e troppo spesso superficiali. Lo facciamo perché questa nostra scarsità di analisi del “fenomeno povertà” nasce da un bisogno di serenità di fronte alle sfide sociali, le quali in realtà hanno schemi sempre più complessi rispetto alle modalità con cui le approcciamo (da questo punto di vista siamo poveri, eccome!). Ci scopriamo poveri di fronte alla povertà stessa, e ci sentiamo vergognosamente fragili, tanto da rinchiuderla in etichette e categorie che ci fanno sentire meno a disagio a contatto con essa.

Oggi è la Giornata internazionale per la lotta alla povertà, allora gli altri giorni che cosa sono? Sono i giorni, dobbiamo purtroppo dircelo, della lotta ai poveri. Può sembrare una provocazione, ma purtroppo non è così: non riuscendo a eliminare la povertà, preferiamo eliminare direttamente i poveri e tutto ciò che non è conforme ai nostri aridi schemi mentali.

Siamo noi i veri poveri: siamo poveri di visioni che rompano con la mentalità semplicistica della povertà come colpa e sui poveri come deboli e incapaci; siamo poveri di progetti sociali che si pongano in discontinuità con gli schemi obsoleti e freddi dei Servizi Sociali; siamo poveri di riferimenti umani, culturali e sociali in grado di farci fare un salto di qualità nella lotta alla povertà; siamo poveri di politiche empatiche, inclusive e lungimiranti. Normale, quindi, che diventi più facile eliminare i risultati che non le cause..

Soluzioni ci sarebbero, basta avere il coraggio politico e culturale di portarle avanti. E in questo, il Terzo Settore, deve interrogarsi sulle proprie responsabilità mancate e sulle proprie possibilità future. Per combattere la povertà non basta parlare AI “poveri” o parlare DI “povertà”, bisogna parlare anche di “ricchezza” in senso lato, far conoscere A CHI è ricco” la complessità DI CHI è “povero”. Non basta solamente aumentare i flussi di denaro o di Servizi alla persona, ma bisogna anche investire sul famoso capitale umano e sociale.

Finché non ribalteremo il pensiero che il povero non ha capacità o addirittura diritto di costruirsi un futuro e un presente che si sceglie da solo, che non ha diritto alla propria dimensione umana, sociale e civile, che non può essere posto al centro del Servizio ma ci si deve adeguare ed aderire passivamente, allora non ci trasformeremo mai in una società in grado di produrre ricchezza condivisa, inclusione e dignità per tutti.

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ABOUT THE BLOGGER

Alessandro, 29 anni, lavoro in Antoniano come coordinatore del Centro d'Ascolto. Mi sono laureato in Scienze Politiche e ho ottenuto un Master in Fundraising per il Non Profit. Ho iniziato a lavorare a 22 anni nel Terzo Settore: credo fermamente che solo attraverso il potenziamento del Non Profit si possa vivere in una società più equa, libera e felice! Il lavoro è un diritto, se fatto cooperando con e per le persone che vivono ai margini diventa anche una risorsa per la collettività!  

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