Centro terapeutico per bambini - 03 Dicembre 2015

Avere sempre presente la meta da raggiungere

La giornata internazionale della disabilità tratta quest'anno il tema dell'inclusione sociale e dell'inserimento nel mondo del lavoro. Ho letto diverse riflessioni  a questo proposito e vorrei condividere con voi alcuni pensieri perché credo che il problema sia anche culturale e non solo politico.

Ogni volta che mi trovo a riflettere su queste tematiche mi chiedo: cosa vorrei io se fosse mio figlio a trovarsi in condizione di disabilità? Sincerità e competenza.
Vorrei infatti che mi venissero spiegate tutte le possibilità di espressione delle potenzialità di mio figlio, i punti di forza, le fragilità, e vorrei che tutti gli operatori che ruotano attorno a lui (socio-sanitari- educativi- assistenziali) potessero essere membri attivi e consapevoli della stessa "cordata", attori dello stesso obiettivo. Vorrei che i referenti di mio figlio mi spiegassero con chiarezza e franchezza quali siano gli obiettivi percorribili e quali siano gli strumenti migliori per raggiungere tali obiettivi.

E se fosse necessario prevedere modalità differenziate per raggiungere medesimi obiettivi? Se la strada giusta contemplasse la possibilità di svolgere, per esempio, parte dell'attività scolastica al di fuori della classe? Se fosse necessario utilizzare un ausilio per spostarsi nell'ambiente? Si concretizzerebbe una discriminazione o un'inclusione?
Io per indole e professione sono sempre portata a vedere il bicchiere mezzo pieno per cui ritengo che attuare percorsi diversificati possa rappresentare un'opportunità e non un limite. Ma come capire quando è realmente così o quando piuttosto si realizza una discriminazione un disinvestimento su quel bambino?

Io purtroppo non ho risposte né soluzione, ma cerco di capire cosa si può fare nel mio piccolo e cerco sempre un confronto per condividere i miei pensieri opinabili ma sinceri.
Come spiego sempre alle "mie mamme e ai miei papà"- così chiamo i genitori dei miei pazienti che come dichiaro sono anche un po' miei - la chiave di lettura che può aiutarci a capire se stiamo attuando un percorso inclusivo risiede nell'avere sempre presente la meta da raggiungere, una meta realistica, dichiarata, chiara e attuale ("raggiunto un obiettivo se ne fa un altro").

Solo così potremo verificare se gli strumenti, i percorsi, le facilitazioni individuate siano quelle corrette per raggiungere il nostro traguardo. E solo così potremo riconoscere il significato profondo e nobile di un percorso differenziato, di un lavoro al di fuori dall'aula e di un deambulatore per il cammino. Tutto ciò che poteva apparire una discriminazione potrà rappresentare un'opportunità inclusiva, una conquista, un avvicinarsi alla meta. Ed ancora è così che potremo comprendere se la stessa scelta nasce invece da un obiettivo sbagliato, distorto, ingiusto (per es. "il bambino deve uscire dalla classe perché disturba").
E credo che sia responsabilità di noi operatori delineare obiettivi e strumenti all'interno di una relazione aperta con la famiglia che necessita e merita le nostre spiegazioni, le nostre risposte.

Concludo riportando un piccolo frammento di un intervista a Madre Teresa di Calcutta in visita a Bologna nel settembre 1987.
Un giornalista le chiese: "Madre ma lo sa che quel che fa ogni giorno è come una goccia nell'oceano?" e Madre Teresa rispose: "lo so ma senza quella goccia l'oceano sarebbe ancora più vuoto".

Annarosa

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ABOUT THE BLOGGER

Medico chirurgo specialista in neuropsichiatria infantile lavora da15 anni nell'ambito della riabilitazione pediatrica. Da un anno è Direttore Sanitario di Antoniano Insieme, Centro di riabilitazione che si occupa di bambini con diversi tipi di fragilità, per sostenere il loro percorso di crescita e il raggiungimento della massima autonomia possibile.

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