- 15 Marzo 2019

21 marzo e la discriminazione razziale

Questo 21 marzo ricorre il 59° anniversario da quello che è passato alla storia come il massacro di Sharpeville, un villaggio in Sud Africa, dove, in pieno apartheid, la polizia aprì il fuoco contro un gruppo di manifestanti di colore, uccidendone 69 e ferendone 180. In memoria del massacro, l’assemblea generale dell’ONU, nel 1966, decise di istituire la giornata internazionale per l’eliminazione della discriminazione razziale. Storicamente, la grande maggioranza dei conflitti ha sempre avuto come comun denominatore una matrice xenofoba e discriminatoria, sia questa di carattere etnico, religioso o razziale.

I crimini legati all’odio razziale aumentano, anche in Italia, e, sebbene non esista un database ufficiale che raccolga questo tipo di dati, la tendenza è allarmante. I dati raccolti dall’UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali) nel 2017, parlano di come le discriminazioni a sfondo etnico-razziale arrivino a rappresentare l’82% delle segnalazioni, in costante aumento rispetto agli anni precedenti.

Si tratta di un fenomeno strutturale di cui però si fatica a comprenderne la portata anche per via di alcuni dei mezzi di informazione che passano dall’enfatizzazione del problema alla rimozione dello stesso. Per effetto di questa campagna mediatica, ne consegue una distorsione della realtà che rischia di avere gravi conseguenze. Le ultime rilevazioni Ipsos Mori (azienda inglese di analisi e ricerca di mercato) rilevano che l’Italia sia tra gli ultimi stati, a livello globale, nella classifica della “erronea percezione” della realtà che ci circonda. Basti pensare che l’84% degli intervistati ritiene che dal 2000 ad oggi il numero di crimini sia aumentato, o per lo meno rimasto invariato, quando i dati ci dicono invece essere diminuiti del 39%.

Questo crescente bisogno di sicurezza, che non trova effettivo riscontro nella realtà, avanza di pari passo con l’errata convinzione che, nella retorica dell’invasione, ci siano tra il 16% ed il 25% di immigrati in Italia, quando in realtà rappresentano appena l’8% della popolazione (dati Eurispes – L’istituto di Ricerca degli Italiani). A seguito della pubblicazione del rapporto Italia 2019, il presidente di Eurispes, Gian Maria Fara, ha dichiarato che «Si sta affermando nella società italiana una nuova patologia, la “qualipatia”, ovvero l’avversione ed il rifiuto per tutto ciò che richiama la qualità. Una patologia che archivia l’essere e santifica l’apparire, che esalta il contenitore a discapito del contenuto, che premia l’appartenenza e mortifica la competenza». La lotta alla discriminazione razziale è quindi ancora molto lunga, le tendenze globali non consentono sonni sereni ed anche l’Italia sta svolgendo un ruolo importante nel coltivare la pochezza di contenuti che sempre più  caratterizza il nuovo millennio. Spero, caro lettore, che questo articolo faccia riflettere su questi temi e spero che ognuno di noi, ogni giorno, prenda posizione contro il pregiudizio, l’intolleranza e la discriminazione, verso un futuro che preservi il diritto all’uguaglianza e valorizzi le diversità.

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